Google ingloba i comparatori di prezzo, e loro gli fanno causa!

Google ingloba i comparatori di prezzo, e loro gli fanno causa!

41 servizi di comparazione di prezzo europei si lamentano di Google e gli fanno causa, accusandolo di abusare del potere di mercato e di non rispettare la legge.


Non sono soltanto i siti truffaldini quelli che ricevono multe salatissime per il loro comportamento. Il 28 novembre 2019 i fondatori e CEO dei 41 servizi europei di comparazione di prezzi (tra cui Trovaprezzi.it, Compare Group, Preisvergleich, Testberichte e Ceneje) hanno firmato una lettera diretta a Margrethe Vestager, il Commissario europeo per la concorrenza.

Nella lettera congiunta, tali erogatori di servizi invitano il Commissario ad agire contro il mancato rispetto da parte di Google della decisione della Commissione europea del giugno 2017.

All’epoca, la Commissione ha concluso che Google ha permesso un posizionamento e una visualizzazione più favorevole del proprio servizio di shopping di comparazione di prezzi, Google Shopping, rispetto ai servizi concorrenti. Ha dunque ordinato a Google di porre immediatamente fine a questa situazione.

Google dopo il 2017 è cambiato, ma in meglio?

Google ha ottenuto una multa da record di 2,4 miliardi di euro e ha deciso di dividere Google Shopping, dopodiché l’UE ha concluso che Google avesse migliorato il suo servizio di comparazione di prezzi. “C’è una ripresa: anche il numero degli annunci rivali è in aumento rispetto a quello di pochi mesi fa. Ma non abbiamo preso nessuna decisione, né da un lato per dire che va bene, né dall’altro per dire ‘no, non va bene'”, ha detto Vestager.

Ora, al 2019, molti servizi europei di comparazione per lo shopping affermano che Google sta ancora abusando del suo potere di mercato, il che danneggia i consumatori e le aziende digitali in tutta Europa. Diretti a Vestager, scrivono le seguenti parole:

“Vorremmo incoraggiarla ad applicare vigorosamente la vostra decisione al fine di porre fine al già condannato auto-favoreggiamento di Google. La concorrenza effettiva non è stata ristabilita”.

Continuano così: “Vogliamo sottolineare che a dieci anni dalle prime lamentele formali da parte del nostro settore e a due anni dalla condanna, non è stata ristabilita un’effettiva concorrenza sui mercati nazionali per il servizio di comparazione per lo shopping”.

Ti stai chiedendo quali siano le motivazioni effettive di queste lamentele? Ovviamente sono presenti nella lettera indirizzata al Commissario europeo per la concorrenza.

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Ecco in che modo Google fa concorrenza sleale ai comparatori di prezzi europei

Google shopping concorrenza sleale

Nella lettera diretta al Commissario europeo per la concorrenza troviamo i seguenti motivi di denuncia:

  • Almeno a partire dal Compliance Mechanism, le Shopping Unit di Google costituiscono un CSS a sé stante – che Google continua chiaramente a privilegiare sulle sue SERP. La Commissione Europea vieta a Google di favorire “un proprio servizio di shopping di confronto all’interno delle pagine dei risultati generali”. Tuttavia, Google continua a fare esattamente questo: con il numero sempre crescente di prodotti mostrati sulle pagine dei risultati di ricerca, immagini, informazioni sui prezzi e sui prodotti, nonché funzioni di ricerca integrate, le Shopping Unit di Google consentono ai consumatori di confrontare prodotti e prezzi. In questo modo, la gestione delle Shopping Unit di Google soddisfa tutti i requisiti di un “servizio di comparazione di prezzi per lo shopping” come definito nella Shopping Decision. Pertanto, il fatto che il sito web separato, Google Shopping Europe, sia o meno in concorrenza a parità di condizioni con i CSS rivali per i collocamenti all’interno della Shopping Unit è semplicemente irrilevante. Questo argomento serve solo a distogliere l’attenzione dal fatto che un CSS di proprietà di Google venga fornito direttamente all’interno delle SERP (pagine dei risultati) di Google stesso, facendo concorrenza ai siti comparatori di prezzi. Oltretutto Google pone il suo servizio di comparazione in una posizione più favorevole sulle pagine dei risultati (dunque il più in alto possibile) rispetto ai siti concorrenti.
  • Meno del 5% di tutti gli utenti che cliccano su una casella di comparazione di prezzi finisce sul sito web di un CSS concorrente a Google Shopping. In questo modo Google soddisfa più del 95% della domanda di comparazione di prezzi.
  • L’introduzione sporadica del “toggle” per passare agli annunci di comparazione di prezzi non ha portato alcun miglioramento. In alcune dichiarazioni, la Commissione ha indicato che l’opzione introdotta da Google in alcuni Paesi per passare dalle inserzioni (che portano gli utenti direttamente ai commercianti) agli annunci di comparazione di prezzi (che portano gli utenti ai siti web di un CSS) avrebbe migliorato la situazione. In realtà le aziende proprietarie dei siti per la comparazione dei prezzi non sono state in grado di osservare tale effetto. Anche a causa del posizionamento e del design più scarso degli annunci di comparazione prezzi, non sorprende affatto che, anche in quei pochi Paesi in cui sono stati lanciati, i toogle non abbiano aumentato il traffico verso i siti web comparatori. Allo stesso modo, tali annunci non forniscono agli utenti alcun vantaggio, risultando totalmente inutili anche per loro.

google shopping togli

Devi sapere inoltre che questo comportamento di Google va a discapito dei consumatori come noi.

Uno studio di Grant Thornton ha dimostrato che alla fine sono i consumatori che pagano il prezzo della concorrenza sleale. In alcuni Paesi, i prezzi dei prodotti esposti nella Shopping Unit di Google erano superiori di oltre il 30% rispetto ai prezzi degli stessi prodotti che si trovano sui siti web dei comparatori di prezzi concorrenti.

In media gli utenti hanno pagato il 13,7% in più quando hanno scelto i siti consigliati da Google Shopping.

In conclusione

Sembra che la concorrenza sleale sia una tendenza dei grandi colossi (non a caso la fa anche Amazon con il lancio dei propri marchi, che competono con gli stessi venditori della piattaforma).

Il trucco però è non farsi ingannare dalla troppa fama e guardare realmente le cose come stanno. Come dice l’antico proverbio, “Non sempre è oro quel che luccica”!

E tu? Cosa ne pensi di questa situazione? Faccelo sapere con un commento!

Pubblicato in B2C

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